L’isola di Kos, tra le maggiori dell’arcipelago Dodecaneso, fu teatro di uno dei crimini di guerra perpetrati dall’Esercito tedesco nei confronti dei militari italiani che, tenendo fede al giuramento prestato, rifiutarono di collaborare con le truppe germaniche. Il 10° Reggimento Fanteria “Regina” contrastò l’attacco germanico del 3 e 4 ottobre 1943 in condizioni di assoluta inferiorità. La sorpresa, dovuta alla scarsa affidabilità dello spionaggio britannico che riteneva impossibile un’azione navale avversaria per mancanza di naviglio idoneo; l’assoluto dominio avversario del cielo; la disparità nell’armamento, equipaggiamento e, in particolare, nell’addestramento da truppa di guarnigione con personale fiaccato da lunghi anni di servizio militare e tanti richiamati dopo la guerra di Spagna oltre all’impossibilità di rivedere le famiglie lontane per tema dei siluri britannici.
Tutto ciò, in contrasto con gli avversari addestrati in battaglie sul fronte orientale, fu la causa di una veloce azione nemica. I reparti, del 10° dettero il massimo in quelle 36 ore di combattimento che si conclusero con perdite elevate di materiali, mezzi e soprattutto di uomini.
103 ufficiali, dei 148 presenti, furono mitragliati da un’arma nascosta tra i cespugli mentre, a piccoli gruppi, raggiungevano un vicino porticciolo per l’imbarco diretti in prigionia; 3500 militari, considerati traditori, ammassati nel catello di Neratzia, trattati da internati, con le stesse modalità utilizzate nei lager, a differenza dei prigionieri britannici, circa 900, coperti dal trattato di Ginevra.
Responsabilità di quell’ignobile appellativo riservato ai militari italiani è da attribuirsi al Maresciallo Badoglio che dichiarò guerra alla Germania il 13 ottobre 1943, 78 giorni dalla sua nomina a Capo di Governo e solo dietro insistenza del generale Eisenhower. Per 71 anni gli accadimenti avvenuti in quell’isola dell’Egeo sono rimasti nell’oblio e, solo nel 2014, per l’azione costante del Comitato Caduti, è stata riportata in vita la Memoria di quegli eventi. Infatti, il 25 aprile, nella giornata della Liberazione d’Italia, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sentì l’obbligo di incentrare il suo discorso, come quello del Presidente delle Associazioni d’Arma e del Ministro della Difesa, su quel particolare episodio e dire:
“…Saluto in primo luogo – perché meritano una riparazione per l’aver lasciato, tutti noi, troppo a lungo in ombra quella dolorosissima esperienza –i familiari dei 103 ufficiali del decimo Reggimento “Regina”, che nell’isola greca di Kos nell’ottobre del 1943 furono sommariamente processati e barbaramente trucidati per non essersi piegati alle pretese germaniche di sopraffazione e alle minacce di brutale ritorsione. … esempio di fedeltà a valori essenziali di coerenza, fierezza e amor di patria.”
Dei 148 ufficiali italiani, 7 passarono con i tedeschi, 28 riuscirono a fuggire in Turchia, 10 ricoverati in ospedale e poi trasferiti in Germania, 103 furono uccisi. I corpi di 66 ufficiali, dei quali solo 42 riconosciuti, vennero ritrovasti in 8 fosse comuni. Gli altri 37, da allora, non sono mai stati ufficialmente cercati sebbene si conoscano i possibili luoghi della uccisione.
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